CAP-11
Il sole ormai era quasi sorto e una fitta nebbiolina ricopriva i monti della Catena Impervia, l' aria era umida e la vista precaria. Solo lo scalpitio tranquillo di zoccoli
echeggiava nell' aria. Il nero stallone, Ira Tenax, viaggiava verso Nord a passo deciso, il suo cavaliere era coperto da un grande mantello nero per scaldarsi dalla fredda aria montana.
Il villaggio delle Amazzoni non era molto lontano dal vulcano Kalnac ma, allo stesso tempo, era protetto dai monti sia dalle esalazioni vulcaniche che dalle eruzioni, solo
qualche scossa di terremoto disturbava la cittadinanza di tanto in tanto.
Ormai erano passati due giorni di viaggio, il cielo era sempre quasi coperto da nubi dense e dal colore marrone, dal cielo spesso cadeva una fitta polvere grigia e la temperatura era leggermente salita.
Solo l' assenza della rugiada mattutina indicò al principe Dargor che la sua destinazione ormai era vicina. Con i profondi occhi azzurri osservò il paesaggio. In una valle desolata, coperta da magma solidificato, incastrato tra le pendici di altri monti, si ergeva uno dei vulcani più alti di tutta Erinorth. Kalnac era in continua crescita, eruttava lava molto spesso e il miscuglio di metalli e rocce copriva lo strato precedente permettendo al vulcano di aumentare le sue dimensioni.
I monti che lo circondavano bloccavano l' avanzare del magma proteggendo il paesaggio circostante, contemporaneamente, le vette impedivano al vento di spargere le ceneri e l' aria nella vallata era ardente, irrespirabile. Infatti le fiancate dei monti erano
aride e prive di vegetazione, in apparenza, nessun essere vivente sarebbe stato capace di resistere in un posto simile.
Prima di scendere nella vallata di fuoco, Dargor legò il suo destriero ad un ramo nelle vicinanze, prese la bisaccia con l' acqua e un panno e si incamminò. La discesa era ripida, gli ci volle un pò per trovare i giusti appoggi e scalare la fiancata del monte. Più volte il terreno arido si
sgretolava sotto il suo peso graffiandogli i palmi delle mani e sporcandogli il bel volto. Arrivato finalmente a destinazione, il ragazzo bagnò il panno con l' acqua della bisaccia pur sapendo che avrebbe patito la sete per un pò, ma questa era una causa importante e non poteva concedersi lussi.
Iniziò a camminare nella distesa desolata, ogni tanto qualche foro nel terreno sputava magma incandescente verso il cielo, l'aria puzzava di zolfo e gas vari. Nella mente dell' Angelo Nero c'era solo un obiettivo e continuava ad avanzare nonostante la calura e il respiro affannoso. Infatti, i gas e l' aria malsana rendevano il respiro quasi impossibile e ogni sforzo dieci volte più faticoso. Col panno in mano per coprire bocca e naso, il principe si guardava attorno aspettandosi che qualcosa sbucasse all' improvviso dalle nubi che si alzavano dal terreno, ma nulla accadde. Sentendosi più sollevato, iniziò a girare attorno al vulcano cercando un fianco meno ripido e lo trovò.
Non volendo rischiare di bruciarsi, il principe scartò la possibilità di volare con le proprie ali anche perchè non si erano del tutto riprese da quell' evento a Erian. Mettendo da parte il panno, iniziò a scalare il vulcano sperando che quella fosse la parte giusta e che non avrebbe dovuto rifare tutto il giro. Quello che lo tranquillizzava era il fatto che non era periodo di eruzione e il vulcano era tranquillo. Sorpreso si chiedeva come facessero le Fenici a vivere in un posto simile, sorrise un pò divertito quando qualcosa gli afferrò la caviglia, o almeno credeva.
Sentì uno strano rumore, qualcosa strisciava alle sue spalle ed emetteva flebili squittii simili a quelli dei topi, si voltò di scatto e vide una zampa rossa rettiliforme che gli stringeva la caviglia. Facendo risalire lo sguardo vide il grande muso di una lucertola, una lucertola rossa. Era la sua coda a strisciare sul terreno e la sua lingua biforcuta guizzava ogni tanto fuori dalle sue labbra.
La pelle era luminosa perchè lasciava trasparire il magma che scorreva nel
corpo dell'animale. Il principe tentò di divincolarsi ma la presa del rettile era ferrea, iniziò a sentire la caviglia bruciare per l' alta temperatura corporea dell' animale.
Ci fu uno scoppio improvviso e la lucertola prese fuoco continuando a tenere stretta la caviglia tra le sue zampe. L' Angelo Nero fu colto dal panico, tentò più volte di divincolarsi mentre ai lati apparvero altre lucertole della stessa specie, presero fuoco anche quelle.
Ma che cosa sono? si chiese il principe allarmato, non aveva mai creduto che vivesse qualcosa in quelle zone. Senza ripensarci prese la sua spada smeraldina e tagliò di netto la zampa della lucertola che iniziò a emettere suoni assordanti per il dolore. Senza esitazione, Dargor rinfoderò la spada e iniziò a correre lungo le pendici, tentando di salire il più possibile e cercando con lo sguardo la leggendaria Grotta
Slangadar che non veniva mai coperta dal magma anche durante le colate più copiose. Col dolore alla caviglia bruciata, continuò a correre, le lucertole alle
calcagna, arrampicandosi sempre con più fatica. Cadde più volte sbucciandosi le ginocchia, strappandosi una parte dei pantaloni e graffiandosi sempre di più le mani ormai sempre più
indolenzite.
Malediceva le grandi dimensioni del vulcano e, mentre era sempre più stanco, le lucertole guadagnavano terreno ad una velocità straordinaria. Ormai, sull' orlo della disperazione, il principe chiamò le sue ali color della pece. Nonostante la fatica che lo martellava, spiccò il volo, visto, ormai, come ultima risorsa. Si guardò le mani e maledisse la sua stupida decisione. Nessuno lo aveva costretto a venire in quel posto, era stato lui stesso a decidere di rischiare la vita per recuperare la Spada
Slangadar Va, per la quale fu nominata la grotta. Un ultimo sospiro per riordinare i pensieri e iniziò a volare non troppo vicino al suolo e teneva d' occhio qualsiasi spiazzo nero.
Contemporaneamente si assicurava che le strane lucertole incendiarie gli stessero alla larga fino a quando non iniziarono a sparare palle di fuoco. Sorpreso, l' Angelo Nero rispose con incantesimi congelanti che raffreddarono il terreno sottostante e condannarono alla morte i rettili rossi. Un pò sollevato riprese l' esplorazione, osservò ogni anfratto delle pendici e solo dopo una buona mezz' ora trovò una grotta. Entrò.
L' aria era ancora più calda al suo interno. Il principe guardò con stupore e meraviglia le splendide gemme rosse che facevano capolino da ogni parte. Posò un ginocchio a terra e osservò da vicino la pietra scintillante, una strana luce proveniva da esse colorando di rosso la grotta e permettendo di vedere senza l' ausilio di una torcia.
Probabilmente era del Granato, ma era di consistenza diversa dalle altre pietre
di quel tipo. Non volendo combinare qualcosa di pericoloso, preferì non toccare la gemma e continuare il suo percorso. La calura accentuava il dolore alla bruciatura,al che, il principe iniziò inesorabilmente a zoppicare con fatica. Continuò a camminare con decisione fino ad un grande spiazzo. Il panorama era lo stesso: gemme rosse sbucavano
dappertutto e l' estensione della camera non diminuiva l' afa.
Con occhi attenti, Dargor si guardava attorno e la sua attenzione si concentrò su un rialzo, una
specie di altare intagliato nella pietra, molte decorazioni lo abbellivano. Su di esso c' era un fodero d' oro puro intarsiato di rubini e zaffiri, belle decorazioni erano state scolpite in rilievo sul bel materiale. L' elsa della spada faceva capolino dal fodero, era ben decorata e al centro aveva una pietra preziosa: un diamante, probabilmente nativo dello stesso vulcano. Con un sospiro di sollievo, Dargor fece per prendere la bella spada ma qualcosa alle sue spalle si mosse. Il giovane si voltò ma non
vide nulla, il suono era molto lieve, come se qualcosa si muovesse sul terreno ma non emetteva alcun verso.
Dopo aver preso la spada, iniziò a camminare verso l' uscita, guardingo. La cosa che trovò di fronte non lo consolò per niente: un intero branco di lucertole rosse erano entrate pian piano nella grotta e lo scrutavano fameliche. Tra di esse c'era una lucertola molto più grande e capeggiava il gruppo. Il principe legò con cautela la spada
Slangadar Va alla cintura e sguainò la spada smeraldina, corse contro il
branco cercando di colpire gli animali sul muso per allontanarli. Inizialmente la cosa funzionò se non fosse stato per la lucertola- capo. Infatti questa caricò contro Dargor e lo costrinse di nuovo a tornare vicino all' altare, la situazione era tornata come prima. Il principe si guardava attorno cercando uno spiraglio tra le bestie e poter scappare.
Le lucertole iniziarono a lanciare palle infuocate che furono respinte dalla spada verde di Dargor. Ogni volta che tentava di avanzare i rettili lo respingevano con palle di fuoco. Indeciso sul da farsi, Dargor prese una decisione rischiosa, avrebbe potuto causare un' eruzione anticipata rispetto alla tabella di marcia però doveva provare.
-Tanai Anhra!- una potente bufera riempì la grotta costringendo le lucertole incendiarie ad indietreggiare e cercare il caldo all' esterno, intanto Dargor avanzava costringendo gli animali a indietreggiare a loro volta, nemmeno la più grande riusciva a reggere al gelo. Così, gli animali lasciarono la grotta tentando di scaldarsi a vicenda.
Non ancora al sicuro, il principe iniziò a camminare per il corridoio verso l' uscita. -Strano.- mormorò vedendo alcuni cristalli rossi non emanare più quella luce rossastra. Si avvicinò ad uno di essi e lo sfiorò con le dita, il tocco bastò a farne cadere uno intero.
Stupito, Dargor lo prese e lo osservò, si, era un Granato; sorrise leggermente quando un terremoto scosse il terreno costringendolo ad una corsa frenetica verso l' esterno. Uscito vide le lucertole entrare nelle loro tane e coprirle con dei massi, alzò lo sguardo e i suoi timori si avverarono: una densa nube carica di gas tossici e lapilli iniziò a fuoriuscire dal cratere. Stavolta Dargor usò le ali per volare fino al suo destriero e per non sforzare la caviglia dolente, il bel cristallo cremisi tintinnava nella sua bisaccia al contatto con i vari oggetti al suo
interno, la spada al sicuro tra le sue mani.
Arrivato da Ira Tenax, il principe montò e spronò il cavallo per correre più velocemente possibile da quel posto. Col cuore più leggero vide il cratere allontanarsi sempre di più fino a quando il suo boato non divenne che un lieve verseggiare. Osservò il cristallo rosso tra le mani, voleva chiedere a Rhodesia se poteva essere lavorato, ma la soddisfazione più grande era rappresentata dalla spada
Slangadar Va, aveva rischiato la vita per prenderla, ma questo rischio avrebbe potuto cambiare molte cose.
Quando fu abbastanza lontano si accampò in una radura abbastanza grande. Prese un tronco caduto e lo utilizzò come sedia spostandolo al centro della radura, cercò dei sassi per creare la base del falò mettendoli in circolo e prese dei rametti adatti al fuoco. Facendo cozzare due pietre focaie, che si portava sempre dietro, accese il piccolo fuoco e finalmente si concesse una pausa. Si stese rilassando tutti i muscoli del corpo, le mani erano un dolore tremendo, la caviglia bruciava in continuazione. Dargor guardò il cielo e poi ricordò che Rhodesia gli aveva dato un fagotto contro le bruciature.
Nolente si alzò e prese il fagotto da una delle sacche appese alla sella di Ira Tenax e lo aprì. Rhodesia aveva previsto che si sarebbe bruciato ma non per delle lucertole che sputavano fuoco come i Draghi. Dargor rimase un pò allibito vedendo una fiaschetta con del liquido rosso all' interno. Leggendo il biglietto che era all' interno del fagotto, il principe scaldò la fiaschetta e poi versò il contenuto sulla caviglia ustionata. Il dolore si era triplicato per il calore del rimedio. Dopo un pò di perplessità e di fitte incredibili, la bruciatura guarì all' istante.
-Perchè è venuto anche lui?- chiese Hymeh perplessa. Un gigantesco Dragone nero li seguiva in volo piroettando e facendo capriole in aria.
Sophì sorrise divertita -Voleva compagnia! Anche se è un Drago anche lui necessita di affetto.- rispose osservando le evoluzioni di Terra, il Drago di Dargor. Li aveva seguiti nel momento in cui aveva sentito Sophì ed Hess parlare di una partenza. La noia lo aveva afflitto a tal punto da seguirli dapprima di nascosto fino a quando non era stato scoperto da un Nixon irritato.
Hess era abbastanza divertito per la situazione, se qualcosa fosse andato storto avrebbe potuto caricare Hymeh e la principessa sul Drago e permettere, così, una fuga.
Viaggiavano a sud, verso il fiume Thoron. La principessa Sophì sprizzava gioia e vivacità da tutti i pori, ben felice di uscire da quella prigionia alla quale era stata costretta fin dalla nascita eccetto per qualche evento particolare. Osservava la foresta che si stagliava infinita nel territorio di Erian e sorrideva ogni volta che vedeva degli animali passare sulla strada principale. Sbuffo di Fumo era altrettanto contenta, libera di cavalcare senza steccati. Hymeh si guardava sempre attorno, guardinga; spesso il suo sguardo guizzava su Nixon aspettandosi un assalto.
Ultimamente era molto strana. Era più tranquilla e meno irritabile. Era passato
un mese e mezzo dall'accaduto a Erian, eppure il suo animo sembrava sereno.
Stava sempre lontana da Nixon, vederlo per lei, era una tortura continua. Ma la
cosa che Sophì notò più di tutto era la sua fame: mangiava di più e spesso
ciò che le veniva offerto non la saziava.
Con loro avevano portato un carro con tettoia trainato da due cavalli, all' interno erano stati stipati tutti i viveri e anche pergamene e mappe varie per l'occorrenza, l'ancella si era messa dentro al carro per riposare e fare la guardia alle varie cianfrusaglie. La principessa sembrava dimentica della sparizione di sua madre e della morte del padre sebbene
avesse pianto molto prima di partire...
Stava preparando i bagagli con lentezza nonostante l'adrenalina fosse alle stelle. Sarebbe finalmente uscita dal palazzo e avrebbe visto le creature più leggendarie di tutta Erinorth: gli Elfi. Era davvero entusiasta sebbene fare i bagagli fosse noioso. Alla fine usò la magia per mettere la sua roba nella bisaccia da viaggio.
Uscì dalla camera decisa ad andare nella camera sepolcrale, lungo la strada vide delle
cortigiane, sempre intente a sventolare i loro ventagli troppo eleganti.
Con una smorfia di disappunto decise di imboccare un altro corridoio per non incontrarle, i suoi passi rimbombavano sul bianco pavimento in marmo, la lunga veste bianca e oro strusciava e la sua collana tintinnava. Cambiò di nuovo corridoio svoltando a destra, nella mano sinistra aveva una spada, l'elsa era in argento. I suoi occhi azzurri osservavano il pavimento che scorreva sotto ai suoi piedi.
Poi, eccolo, il mausoleo della famiglia reale. La grande porta in ebano bianco, intarsiate nelle belle decorazioni floreali, c'erano delle rose in pietre preziose: rubini, zaffiri e smeraldi abbellivano la porta donandole eleganza e splendore. Al suo interno custodiva tutti i re che avevano regnato su Erian, voci
dicevano che la stessa Erian fosse stata sepolta lì, nelle stanze più remote e quasi irraggiungibili. Il suo corpo sarebbe stato deposto in un sarcofago in marmo puro ricoperto da lamine d'oro e pietre preziose.
Stupita da tanta eleganza, Sophì entrò nella camera. Davanti a sè trovò numerosi cunicoli, non tentò di andare oltre la prima porta perchè sapeva di potersi perdere in quel labirinto di sarcofagi. Ogni camera sepolcrale possedeva una porta che la sigillava e in alto allo stipite,
intagliati nel marmo, erano scritti i nomi dei rispettivi proprietari. Tra le porte c'erano dei
candelabri in oro molto elaborati. La luce delle candele conferiva al luogo solennità e quiete.
La camera di Akron era circolare, al centro c'era il sarcofago in marmo, era stato lavorato in modo da rappresentare il re stesso,sembrava dormire con gli occhi chiusi, tra le mani congiunte aveva uno spazio vuoto, probabilmente avrebbe dovuto contenere una spada o qualcos' altro. I vestiti erano coperti da lamine argentate, la corona in marmo era ricoperta da lamine d'oro e pietre preziose. Tutto in torno alla sala c'erano i vestiti del re, appesi ad appositi appendi abiti.
C'erano anche i libri che era solito leggere e una parte del tesoro reale. La sua corona non c'era, doveva essere destinata al re che avrebbe dovuto succedergli.
La principessa posò una mano su quelle marmoree della scultura con delicatezza, quasi avesse paura di svegliare il padre. Osservava la statua con malinconia poi
inserì la spada che si era portata dietro nello spazio sotto le mani candide della scultura. Si tolse la collana che portava al collo e la mise a tracollo del manico della spada, era uno splendido manufatto regalatogli proprio dal padre al momento della sua nascita: ad un filo di oro bianco, erano
appesi numerosi ciondoli, bellissimi lapislazzuli erano attraversati dal filo bianco. Un secondo filo partiva da una parte della collana, più lungo del primo, ed erano appesi degli splendidi topazi gialli, venati di arancione, una rarità.
Non si era mai separata da quella collana, ma sentiva di doverla deporre lì, in quel sepolcro, vicino a colui che l'aveva fatta elaborare. Lacrime calde iniziarono a scorrere sulle guance, stringeva i pugni con forza mentre ripensava a cosa era successo in quel periodo burrascoso. Cadde in ginocchio maledicendo quel giorno con tutta se stessa, i suoi singhiozzi rimbombavano nella camera quasi vuota e si facevano sempre più sommessi. Appoggiò la fronte sul freddo marmo scuotendo il capo e dando sfogo a tutto quello che aveva tenuto dentro di sè tutto quel tempo. Voleva sembrare forte ma non lo era.
-Non si abbatta.- disse una voce femminile materna.
Sophì si voltò, una donna dai capelli rossi era in piedi, bella nel suo splendore, nella sua luce dorata che emetteva, sorrideva con tristezza. La principessa si alzò quasi spaventata, era la stessa donna che aveva visto qualche giorno prima. Il suo portamento non era affatto quello di una
cortigiana, camminava con grazia e il suo vestito era molto elegante. Numerosi ciondoli pendevano dal collo, uno splendido uccello dalle piume indaco e sfumature dorate era poggiato sulla spalla della
donna. Non sembrava avere cattive intenzioni.
-Chi sei?- chiese Sophì.
La donna non si mosse, la sua figura sembrava trasparente, non aveva alcuna ombra, un fantasma? Sorrise leggermente -Non ha alcuna importanza ora. Sono venuta ad assicurarmi che stesse bene. Ma mi prometta che non partirà col cuore amaro, agli Elfi non piace la tristezza nè
tanto meno l'uso di sorrisi per nasconderla.- disse, la sua voce sembrava
remota, proveniente da qualche altro posto.
La principessa la fissava incredula, nonostante ciò annuì in silenzio.
-Bene. Io andrei, ho delle cose da fare. Se ha bisogno di aiuto, strappi delle foglie di alloro da un albero e
le faccia volare al vento, arriverò subito.- sorrise prima di scomparire lasciando Sophì nella sua curiosità.
-Strega Bianc...- chiese Sophì, appena volse lo sguardo alla sua interlocutrice vide che stava dormendo, la testa appoggiata sul collo del cavallo che la stava trasportando. La principessa fu costretta a tenersi la domanda che voleva porle, sperava solo di ricordarsi di fargliela non appena si fosse svegliata.
Hess continuava il viaggio normalmente, guidava i due cavalli che trainavano il carro, fischiettava allegramente, Nixon era in sella al suo cavallo nero. Ad un certo punto, Hess legò per le briglie il cavallo di
Hymeh, altrimenti avrebbe preso un'altra strada.